Metadati e la segmentazione psicologica

L’uso dei cellulari nel mondo contemporaneo sta assumendo una maggiore centralità nella vita di ognuno di noi.
Rappresenta, diversamente dagli anni passati, uno strumento in cui c’è ormai tutto, dalla nostra identità fino all’intimità.
E’ ormai noto che i più ossessionati dall’utilizzo dello smartphone sono specialmente i più giovani nella fascia di età 18-24 che lo controllano addirittura 87 volte al giorno e nonostante questo intervallo d’età rappresenta in qualche modo la generazione digitale questo in realtà ha riscontro con una reale consapevolezza dello strumento che si usa e la conseguente capacità di padroneggiarlo.
Conseguentemente, l’inconsapevole uso dello smartphone e quindi l’incapacità di padroneggiarlo rappresenta un pericolo di cui giovani, genitori e perfino la politica non conosce il quadro.
Infatti il pericolo di quanto descritto prima è il fatto di non avere sensibilità e coscienza dei rischi che si corrono per la privacy.
La privacy è uno dei problemi attuali più diffusi e meno affrontati perché allo sfondo c’è una mancanza di strumenti
culturali ed elementi percettivi per riconoscerne l’importanza. Ed è così che qualsiasi editore di applicazione o sito web può tranquillamente registrare dati sensibili sulle abitudini comportamentali degli utenti. Questa mole di dati,
apparentemente irrilevante, nasconde potenzialità inquietanti perché una applicazione come ad esempio, una tra le molteplici della suite Google, raccoglie ogni dettagli comportamentali della vita di qualsiasi utente.
La geo-localizzazione, il Wi-Fi, Bluetooth o l’interazione tra utenti sui social indica con alta precisione e senza margine di errore la posizione geografica dell’utente, ad esso possono essere monitorate le abitudini di consumi e di acquisto, ogni attività giornaliera e l’incrocio e l’elaborazione dei dati consente con alta precisione di scrivere automaticamente, senza ricorso all’intelligenza umana, la routine di una persona.
L’interazione con la propria carta di credito/debito o prepagata con l’account Google ne delinea, attraverso l’ausilio di cookies e la cronologia di navigazione le abitudini consumistiche e il feedback di qualsiasi acquisto tramite le recensioni che per quanto sembrerebbero informazioni banali per l’utente lo sono meno per le aziende che fanno oro di quelle informazione per attuare le migliori strategie di comunicazione, di sviluppo e di vendita di un prodotto o un servizio.
Allo stesso tempo lo storico delle ricerche Google, Youtube, il giornale online che si legge e le tematiche ad esso annesse nonché la linea editoriale, i pensieri espressi sui social media, il contenuti dei Cloud nonché lo storico delle mail possono delineare il pensiero e qualsiasi cosa passi per la testa di una persona, anche i dettagli più intimi che non si condividerebbero neanche alle persone più intime.
Tutte queste informazioni sono fruibili da tutti, sono conclusioni che tutti possono trarre e c’è di più, perché te lo dice stesso Google. L’utente però rimane inconsapevole, ignaro e perde la padronanza della propria vita.
Perché la raccolta di tutte queste informazioni, oltre al pericolo fisicamente più prossimo di malintenzionati che possono raccogliere informazioni per qualsiasi cosa data la facilità odierna nel farlo, rappresentano l’oro del nuovo millennio.

Queste informazioni tengono in vita aziende che altrimenti fallirebbero ma che non falliranno mai.
Della serie che Facebook, Google, Apple e Microsoft sapevano che Donald Trump avrebbe vinto le elezioni, anche perché le elezioni occidentali non sono altro che una corsa alla migliore strategia di vendita di se stessi e chi accede alle migliori informazioni ha la migliore strategia di vendita. Ma il vero potere lo detiene chi quelle informazioni le raccoglie e ne può fare quello che vuole.
Queste informazioni creano una distopia in cui il venditore sa di te più di quanto ne sappia tu. E questa è la più inquietante perdita delle libertà individuali. Una gabbia senza sbarre, legati al consumo senza catene e inconsapevoli
perfino di noi stessi.

Di Alessandro Ruslans Fusco