Veleno nella fragilità

Sinolo. Nascondere la propria fragilità non è un atto di debolezza e di codardia. La doppiezza dell’uomo è intrinseca nella sua natura. Questa doppiezza consiste in quel sinolo che l’uomo è; quella materia e quella forma che egli rappresenta: l’essere e l’apparire, ovvero l’onestà e la maschera. Scindere questo nocciolo significa voler separare un legame che è l’uomo stesso: essere e apparire sono le due facce della stessa medaglia.

Maschera e socialità. Ora questa forma dell’uomo è fondamentale per il survival dell’individuo nel mondo umano: la società. Benché gli individui vivano in una società regolata da leggi, ciò non garantisce ordine, rispetto e giustizia psicologica; il bellum omnium contro omnes non è debellato dalle leggi, essendo la società una giungla urbana. La migliore difesa che possiede un individuo è l’᾽αρισιία come disse Bionte: οι πλειστοι ανθρωποι κακοι; non si può contare sulla compassione e sulla fragilità altrui, perché gli altri non ne posseggono, e in caso contrario, c’è il rischio di contagio emotivo.

Fragilità e compassione. La fragilità deve essere combattuta e vista come un nemico adulatore, come il canto di una sirena. Essa rende l’uomo fiacco e debole; l’istinto e la bestialità debbono saltare al collo di questa sirena e sventrarla, per conquistare quella vitalità, quella potenza che è sede del miglior phàrmacon dell’anima. Anche la compassione è un’adulatrice da cui guardarsi, che espone l’uomo alla cattiveria altrui essendo l’uomo un lupo per un altro uomo; da qui il saggio detto: ”Nulli te facias nimis sodalem. Gaudebis minus et minus dolebis”.

Diversa la sensibilità. La sensibilità non dev’essere confusa con la fragilità. Essa è una componente propria dello spirito artistico, che coglie e cattura, come un cacciatore esperto, il sublime, l’orrore, il velo dell’esistenza dove si nasconde la verità, da trasformarlo in volontà di potenza, in giuoco; e materia della propria arte.

Ancora sulla fragilità. La fragilità non può essere considerata, come afferma Andreoli, l’origine della comprensione dei bisogni e della sensibilità degli altri. Ciò perché “gli altri” sono una massa di bassa coscienza, vile, ripugnante, in cui ogni elemento è uguale all’altro; l’individuo sensibile, possessore di alta coscienza, sprezza e fugge da questa massa, ed essendo un uomo: muB fern von Menschen sein.

Conclusioni: All’individuo, il vero uomo, non resta che fidarsi di sé, fidarsi della propria coscienza senza esporsi troppo alla moltitudine; sviluppando la propria sensibilità e la propria forza autonomamente, tenendo a mente che “fidarsi è bene, non fidarsi è meglio”, tra “hombre que no lo son”, col suo mentire non per male altrui, ma per il suo bene.

Dario Ciriello IVBsa